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Tesi 12 – Contro la finzione ecologica

Pubblicato in Tesi

La crisi climatica è la dimostrazione della violenza e dell’insostenibilità dell’economia capitalistica. Il modello economico lineare, estrattivo e ad alto consumo di risorse e di energia, non è più sostenibile, nè sono più sufficienti misure di contenimento. Dopo anni di negazionismo, anche grazie ai Fridays For Future e alle evidenze scientifiche, la transizione ecologica è divenuta centrale. Una vera ri-conversione ecologica richiede una profonda trasformazione generale che investa tutti i settori della vita e dell’economia, cambiando il paradigma del nostro modello di sviluppo in modo da ridurne l’impatto. Il governo Draghi ha istituito un ministero per la transizione ecologica – già ribattezzato dagli ambientalisti della ”finzione ecologica”- e apparentemente il PNRR dedica una quantità ingente di risorse allo scopo. Quella del governo Draghi è una finzione al servizio dei gruppi economici dominanti, la transizione non può essere affidata a Eni, Confindustria e multinazionali. Il PNRR non indica chiare priorità per lo sviluppo delle rinnovabili, lascia poche briciole alla mobilità urbana e sostenibile, non comprende le necessarie misure per la promozione dell’agroecologia e la riconversione degli allevamenti intensivi e declassa l’economia circolare a una mera questione di gestione dei rifiuti. Infine, apre di fatto la porta all’idrogeno blu di Eni, riconoscendolo “necessario” nel breve e medio termine ”allo scopo di ridurre più rapidamente le emissioni rispetto ai sistemi attuali di produzione di idrogeno dalle fonti fossili”. Le ragioni che aprono all’idrogeno “blu” sono quelle del rilancio del mercato del gas per mettere in subordine l’azzeramento dei climalteranti. Lo stesso Green New Deal Europeo, che dichiara l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050, afferma senza ambiguità che la priorità va data all’idrogeno verde (ossia quello prodotto unicamente da fonti rinnovabili), tuttavia non esclude la produzione di idrogeno blu (prodotto dal metano e con CO2 come scarto da stoccare). La transizione ecologica a livello nazionale, in linea purtroppo con quelli europeo e mondiale, si configura come una diluizione temporale, come la necessità di prendere altro tempo, come se la transizione fosse un intermezzo, e non un processo da percorrere, assegnando obiettivi e tempistiche inderogabili. Ovvero non mette sufficientemente in discussione il tradizionale modello di sviluppo: estrazione-produzione-consumo-scarto. Occorre accelerare sullo sviluppo delle rinnovabili, per arrivare alla chiusura delle centrali a carbone entro il 2025 e all’abbandono del gas entro il 2040. In questo Paese si investe ancora in turbogas e biomasse. È importante sottolineare anche come le emissioni climalteranti vengono prodotte tra le diverse fasce di reddito, come ha fatto Oxfam nel report intitolato L’era della disuguaglianza del carbonio, dimostrando che il 10% più ricco del pianeta è stato responsabile di oltre la metà delle emissioni di CO2 in atmosfera e l’1% più ricco è stato responsabile del 15%.
Anche le fonti di energia rinnovabile non sono totalmente a impatto zero, occorre quindi un’attenta analisi dei diversi contesti. Mentre siamo alle prese con la gestione della pesante eredità lasciata dalle centrali e dai depositi nucleari collocati in siti inidonei, pericolosi e spesso a rischio di esondazione, il “nuovo” nucleare a fusione cerca il suo spazio all’interno delle politiche sull’energia, con l’accoglienza del ministro per la transizione ecologica.
Non possiamo non ricordare che l’estrazione delle risorse naturali da parte dell’industria infligge regolarmente delle gravi violazioni dei diritti umani alle minoranze razziali ed etniche, ai popoli autoctoni e ad altri gruppi marginalizzati, come il diritto alla salute, a un ambiente sano, a condizioni di lavoro giuste e favorevoli, all’eguaglianza razziale e alla non discriminazione, alla partecipazione ai processi politici ed economici nel loro paese.
La conversione ecologica deve passare per lo stop al consumo di suolo ed alle grandi opere inutili, dannose, clima-alteranti, devastanti dal punto di vista ambientale e tra le cause del dissesto idrogeologico, e per questo osteggiate dalle comunità territoriali coinvolte. Negli ultimi decenni il consumo di suolo ed il dissesto idrogeologico ci sono costati l’equivalente di oltre 50 miliardi e l’Italia è meno sicura di prima. Servono politiche di ampio raggio, che intervengano su tutto il ciclo del rischio, rilanciando la pianificazione di bacino per contrastare il rischio idrogeologico e in particolare le alluvioni. Rivedere in questa ottica il Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico, il ripristino e la tutela della risorsa ambientale del 2019 che prevede risorse per soli 315 milioni di euro destinati a 263 progetti esecutivi “tutti caratterizzati da urgenza e indifferibilità”. Invece di discutere di grandi opere inutili bisognerebbe investire creando lavoro buono nella messa in sicurezza del territorio dal rischio sismico, idrogeologico e dalle frane nonché nella valorizzazione del nostro patrimonio storico-architettonico.
In merito allo smaltimento dei rifiuti, è evidente che la soluzione a medio/lungo termine possa solo partire dalla loro minor produzione. Sono necessarie normative di contrasto all’obsolescenza programmata e che impongano ai produttori di ridurre gli imballaggi, l’omogeneità dei materiali utilizzati negli stessi e l’indicazione chiara sul corretto conferimento del rifiuto.
Non servono nuove discariche, termovalorizzatori o impianti di TMB ma la realizzazione di nuovi impianti per la valorizzazione delle frazioni organiche, la semplificazione della normativa end of waste per la cessazione della qualifica di rifiuto e la costruzione di una chiara visione del percorso verso una piena applicazione della teoria “Rifiuti zero” che impone di realizzare 1000 nuovi impianti di riciclo; realizzazione di una rete di impianti per trattare le filiere dei rifiuti oggi inviati all’estero per recuperare materiali preziosi e terre rare; promozione dei distretti dell’economia civile con impianti di riciclo e riuso perché per tendere all’opzione “rifiuti zero” a smaltimento, occorre realizzare tanti impianti industriali con cui recuperare materia. Infine promuovere la ricerca di materiali, imballaggi, combustibili e di altre sostanze che possano sostituire quelle oggi utilizzate e la cui produzione o smaltimento risulta insostenibile da un punto di vista ambientale oltre che sociale. La strategia “rifiuti zero” è l’unica ecologica e sostenibile, occorre perseguire il modello di economia circolare che estende il ciclo di vita dei prodotti.
In merito agli allevamenti intensivi, è noto che siano tra le cause primarie del riscaldamento globale, delle emissioni e della deforestazione. Attualmente circa il 37% delle emissioni di gas serra sono legate alla produzione di cibo e, secondo Greenpeace, la produzione zootecnia europea ne produce 704 milioni di tonnellate (molte più delle auto). Inoltre, come è stato ampiamente dimostrato e comunicato da organizzazioni internazionali come l’OMS, ad un’alimentazione ricca di prodotti di origine animali, soprattutto se altamente processati, sono legate patologie gravi. A quest’ultimo aspetto, oltre alle gravi conseguenze causate alla salute delle persone, sono legati alti costi di ospedalizzazione per le persone che si ammalano a causa di un eccessivo consumo di prodotti animali. Pertanto è necessario intervenire nella produzione di alimenti di origine animale, in quanto ad oggi insostenibile da un punto di vista ambientale, sociale, oltre che etico. In particolar modo si fa riferimento a quei sistemi di allevamento intensivi o super-intensivi che, oltre a contribuire costantemente agli squilibri causati dai cambiamenti climatici, non tengono conto della vita, del benessere e della dignità degli animali. É inoltre indispensabile indirizzare i finanziamenti verso un piano di transizione agricola in grado di favorire l’implementazione di sistemi colturali e zootecnici che operino rispettando l’ambiente e gli animali, anche per prevenire future epidemie/pandemie e il sostegno ad attività agricole ad economia circolare, o comunque attività che operano riducendo drasticamente l’impatto negativo su atmosfera, suolo, acqua, lavoratori e lavoratrici. La decrescita della produzione di carne non può essere affidata esclusivamente alle buone abitudini alimentari dei consumatori.
Una riconversione ecologica che sia reale non può che passare da una gestione della risorsa idrica pubblica ed accessibile a tutte e tutti, diametralmente opposta alla riforma del settore idrico presente nel recovery plan che prevede una vera e propria strategia di rilancio dei processi di privatizzazione, incentrata sul ruolo di alcune grandi aziende multiservizi quotate in Borsa che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete, compreso il servizio idrico. Sosteniamo la proposta del Forum Italiano dei movimenti per l’acqua, ovvero di un intervento che, nell’arco dei prossimi 5 anni, costruisca investimenti pubblici per la ripubblicizzazione del servizio idrico, per la ristrutturazione delle reti idriche; l’applicazione più onerosa del principio “chi inquina paga”, la patrimoniale e l’eliminazione dei SAD (sussidi ambientalmente dannosi), per realizzare nei comuni cantieri per il ciclo idrico integrato, con l’ammodernamento della rete di distribuzione dell’acqua e la costruzione di fognature e nuovi depuratori e la messa a norma di quelli esistenti. Fondamentale l’approvazione della proposta di legge per la ripubblicizzazione.
Per una reale ri-conversione ecologica occorre scardinare la visione antropocentrico/capitalistica che subordina il pianeta e i suoi viventi al profitto e allo sfruttamento, abbattendo ogni forma di oppressione, di genere, di classe, di razza e di specie e la narrazione dominante, che ogni giorno si intensifica nel marketing aziendale, e che concentra l’attenzione dei consumatori-cittadini soltanto sulla propria impronta ambientale individuale, distogliendola dai processi più profondi, dalle responsabilità del capitalismo stesso.
Le soluzioni esistono, tra queste un posto di primo piano hanno la transizione verso le energie rinnovabili e l’abbandono delle auto con motore a combustione interna, puntando sul trasporto pubblico e su forme di mobilità meno impattanti. Necessita lo stanziamento di fondi per un trasporto pubblico ecosostenibile, pulito, sicuro e di qualità, finalizzato al rinnovo del parco mezzi, alla costruzione di ciclovie, tramvie e metropolitane e all’assunzione del personale necessario, il potenziamento dei Piani Urbani per la Mobilità Sostenibile, aumentando i km di piste ciclabili cittadine ed una visione che metta al centro dell’accesso alla nuova mobilità le periferie delle città. Senza bus ecologici e biciclette niente ecosocialismo.
I combustibili fossili costano, non solo in termini di emergenza climatica, ma anche per la salute delle persone. Occorre abrogare da subito i sussidi diretti alle fonti fossili e per lo sfruttamento dei beni comuni, con un risparmio previsto di 23,5 miliardi da spostare sulla riconversione produttiva, sull’innovazione e sulle tecnologie pulite. A sostegno dell’abolizione dei SAD serve una riforma fiscale che preveda la revisione del sistema degli incentivi, dei canoni oggi ridicoli di concessione di cave, stabilimenti balneari e lacustri e dell’acqua in bottiglia.
Ci sarebbe bisogno di un Green New Deal radicale che in una prospettiva ecosocialista si fondi sulla pianificazione democratica delle risposte alla crisi ecologica come a quella sociale e il controllo pubblico sulle scelte economiche strategiche. Per avere la forza di imporre la trasformazione di cui c’è bisogno dei modi di vita e di consumo bisogna coniugare la riconversione ecologica con la lotta alle disuguaglianze e la risposta ai bisogni sociali.
Va recuperata per intero la tradizione dell’ecologia politica italiana – dentro la quale si è sviluppato anche l’elaborazione rossoverde del nostro partito – che in particolare con Giorgio Nebbia, Laura Conti e Virginio Bettini, ha anticipato dagli anni ‘70 le attuali correnti ecosocialiste internazionali e la riscoperta dell’ecologia di Marx. Analogamente va valorizzata l’eredità dell’urbanistica e della medicina democratica che hanno concretamente sviluppato in Italia il nesso tra lotte sociali e critica anticapitalista.

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