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Tesi 11 – La classe conta

Pubblicato in Tesi

Dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori

Decenni di feroce attacco neoliberista ai salari, alla contrattazione, all’occupazione e di precarizzazione ci consegnano un mondo del lavoro indebolito e diviso in un’infinità di figure lavorative e profili contrattuali. In questo scenario, segnato dall’anomia e dalla frammentazione sociale, le classi dominanti sono riuscite a veicolare la convinzione che il paradigma economico-sociale esistente non abbia alternative, che vi sia una sorta di naturalità del capitalismo, proposto come epilogo conclusivo della storia umana. Ciò spiega il senso d’impotenza e la passivizzazione che rendono difficile una ripresa delle lotte.
Paradossalmente, ciò avviene proprio mentre la pandemia da Covid ha provocato il più repentino tracollo economico nella storia del capitalismo. Si determina un’ulteriore concentrazione del capitale, che produce un ancor più profondo aumento delle diseguaglianze ed un attentato ai fondamentali diritti di cittadinanza. L’ambizione europea di giocare un ruolo da protagonista negli assetti futuri, le urgenze legate al cambiamento climatico e la necessità di recuperare il ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, sono alla base della spinta di Francia e Germania a riorganizzare l’intero sistema economico e produttivo europeo, accentuando processi di concentrazione e centralizzazione capitalistici. Nella dimensione europea a trazione franco-tedesca, in una condizione in cui l’Italia ha perso quasi tutte le grandi filiere strategiche, i processi d’integrazione economica e finanziaria favoriranno una periferizzazione delle nostre produzioni, riservando per il centro Europa le attività a maggior valore aggiunto.
Il livello europeo è, e sarà in misura sempre maggiore, l’ambito in cui si realizza l’accumulazione capitalistica ed è quindi questa l’altezza che devono scalare le lotte per incidere sul capitale e metterne in discussione il dominio. Per questo l’intreccio del conflitto tra dimensione nazionale ed europea disegna il campo da gioco imprescindibile dello scontro di classe.
In queste condizioni non diminuirà la consolidata attitudine di ampi settori del capitalismo italiano a mantenere spazi di competitività a scapito di salari e diritti, e ad utilizzare tutti gli strumenti legali e normativi per accrescere i profitti, intensificare lo sfruttamento, la flessibilità, la precarietà e il controllo coercitivo sul lavoro.
Da questo punto di vista, una cartina di tornasole è costituita dal lavoro migrante, sia da quello contrattualizzato quanto e più da quello informe e spesso non regolarizzato, che si traduce sovente in lavoro nero. Da sempre, e in particolare con la legge Bossi Fini, le normative sull’immigrazione sono nient’altro che interventi legislativi sul mercato del lavoro. La presenza regolare nel territorio nazionale è subordinata ad un contratto di assunzione, col risultato che è il datore di lavoro a poter decidere totalmente sulle condizioni di vita di chi è da lui assunta/o. Tutto si traduce in salari più bassi, buste paga spesso non corrispondenti alle mansioni svolte, lavori usuranti e in cui non vengono rispettate le norme di sicurezza, forme intensive di sfruttamento, che vanno da un caporalato a volte legalizzato – finte cooperative – a volte illegale, nonostante rappresenti un reato grave. Non solo la fragilità occupazionale si traduce in salari più bassi rispetto agli autoctoni, in difficoltà alloggiative, nelle difficoltà del ricongiungimento familiare e nell’esigibilità dei diritti al welfare. In molti comparti, questa situazione viene utilizzata come arma di ricatto verso i lavoratori e le lavoratrici autoctoni, al punto tale che chi non accetta tali condizioni perde il lavoro e considera, erroneamente, il/la collega con background migratorio, come responsabile di tale stato di cose. Va considerata cartina di tornasole, in quanto le/i prime/i ad essere colpite/i sono i soggetti più vulnerabili che spesso vengono posti nelle identiche situazioni di ricatto, avendo in meno unicamente il diritto di cittadinanza. Costruire, come in molti casi riusciamo a fare, azioni di ricomposizione di classe, non solo sul terreno sindacale, ma dei diritti, è il solo modo per intervenire su tale disastro. In tal senso e non in nome delle esigenze del capitale, la regolarizzazione delle donne e degli uomini che vivono e lavorano in Italia, senza condizioni, va posto sul piano delle rivendicazioni e sul tavolo del governo e dell’UE.
L’intreccio di una connettività sempre più diffusa con la digitalizzazione delle produzioni e delle filiere, lo sviluppo impetuoso del capitalismo delle piattaforme (ben 7 multinazionali delle piattaforme sono tra le prime 10 società al mondo per capitalizzazione e due di loro tra le prime 10 per utili) sta già producendo sia nel lavoro elettronico, che nella logistica, forme di sfruttamento pre-novecentesche. Nelle fabbriche digitalizzate, sofisticata modernità e coercizione sociale si saldano perfettamente: anticipazione di un futuro prossimo fatto di centralizzazione del comando d’impresa, risparmio dei costi, aumento dello sfruttamento e individualizzazione del rapporto di lavoro. L’accelerata transizione tecnologica impone di prestare attenzione alla centralità assunta da big data, Internet delle cose, algoritmi di intelligenza artificiale. In questo contesto la governance del pubblico assume un’importanza strategica per costruire strategie di lungo periodo. Vanno respinte le fascinazioni tecnologiche che impediscono di leggere la realtà. Industria 4.0 non produce più autonomia del lavoro e dei lavoratori, quanto piuttosto un salto nel controllo e nella pressione su chi lavora. Le piattaforme sono in mano a grandi imprese con uno strapotere enorme nei confronti dei lavoratori. L’innovazione tecnologica determina evoluzioni significative sulla qualità e sulla quantità di lavoro, sul concetto di ore lavorate, sull’approccio alla partecipazione e al luogo fisico di lavoro e di conseguenza sull’interezza della vita delle persone. Dobbiamo analizzare i cambiamenti per proporre un modello di società nel quale non siano le lavoratrici e i lavoratori a pagare il prezzo della transizione digitale. Lo stesso lavoro da remoto, generalizzatosi durante la pandemia, presenta caratteri di ambivalenza. Il lavoro rischia di diventare ancor più totalizzante e estraniante, più forte l’atomizzazione del singolo lavoratore rispetto ai colleghi, con l’aumento degli orari di lavoro effettivi e l’esternalizzazione dei costi su chi lavora. Il diritto alla disconnessione diventa fondamentale quindi affinché l’assenza di orari di lavoro definiti costituisca un vantaggio e non un danno. Altrimenti lo smart working diventa un incubo in cui si è a disposizione e attivabili per lavorare 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Per le donne il lavoro agile diviene la modalità per combinare lavoro subordinato e lavoro di cura in un ciclo continuo che si interrompe solo nelle ore del sonno. Perché il lavoro da remoto non si traduca solo nell’ennesima modalità per le aziende di massimizzare i profitti sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori c’è bisogno non solo di lotta e contrattazione sindacale ma anche di interventi normativi adeguati.
Il Recovery Plan, che doveva essere l’occasione per una riconversione ecologica dell’economia e per un rilancio del pubblico all’insegna del primato della cura delle persone, dei diritti e dell’ambiente, rischia di diventare, sotto il governo Draghi, lo strumento per modernizzare l’economia in direzione neoliberista. Tutte le funzioni pubbliche diverranno ancor più rispondenti agli interessi del mercato e del profitto, saranno ridotti controlli e vincoli, accentuati i poteri dei ruoli dirigenziali, sviluppati i processi di aziendalizzazione, gerarchizzate le funzioni e la competitività tra lavoratrici e lavoratori, ridotta la quota di salario a vantaggio di sistemi di incentivi.
È nell’incrocio tra distruzione del welfare, ridimensionamento dei servizi e funzioni pubbliche, precarizzazione estrema, persistenza di un rilevante gap occupazionale e salariale tra i generi, che va letta la condizione materiale delle donne nel nostro Paese. Esse pagano perché costrette a sopperire col lavoro di cura gratuito prestato nelle mura domestiche ai tagli sui costi della riproduzione sociale; pagano con rapporti di lavoro in cui, specialmente nel mondo dei servizi esternalizzati e appaltati, tutte le forme di precarietà, i part time obbligati, i sottosalari, l’assenza di tutele sono la norma; infine subiscono in prima persona l’impoverimento e la svalorizzazione del lavoro pubblico, proprio per questo sempre più femminilizzato. Su 4,3 milioni di persone impegnate in questo rapporto di lavoro, i tre quarti sono donne e di queste il 60% sono part time involontari, cioè imposti; il tasso di occupazione femminile è 20 punti sotto quello maschile, le differenze salariali a parità di mansione di circa il 10,5%.
Senza la ripresa di una grande stagione di lotte, capace di dilatare e unificare i conflitti isolati oggi esistenti in un grande, nuovo movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, non sarà possibile rimontare la deriva in atto e aprire la possibilità del cambiamento. Occorre ricostruire l’unità e il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, riunificare le figure lavorative e i profili contrattuali che l’offensiva neoliberista ha diviso e messo in concorrenza tra di loro: lavoratori/lavoratrici stabili e precari, pubblici e privati, uomini e donne, nativi e migranti, giovani e meno giovani.
Serve una piattaforma che abbia al centro l’occupazione, il salario e la precarietà.
Sono battaglie fondamentali quelle per la piena occupazione e per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per il salario orario minimo legale di dieci euro netti; la lotta a tutte le forme di precarizzazione dei rapporti di lavoro sedimentatesi lungo decenni di manomissione del diritto del lavoro, l’eliminazione di tutti gli ostacoli alla parità di genere, il reinserimento dell’articolo 18, vale a dire della “tutela reale” dei lavoratori e delle lavoratrici in caso di licenziamento ingiustificato, l’abolizione della legge 30 e del jobs act.
Le lotte per il salario, le tutele e i diritti e contro le mille forme di precarietà non possono prescindere da una guerra senza quartiere sindacale, giuridica, politica e culturale contro il sistema che unisce esternalizzazioni, appalti e subappalti diffuso come una piaga in tutti i settori pubblici, specie nei servizi che rappresentano il 40% di tutti gli appalti pubblici, nelle catene produttive frammentate, nella cantieristica, nella logistica, nella grande distribuzione.
Alle lotte per la liberazione del lavoro produttivo e riproduttivo dallo sfruttamento e dall’alienazione, occorre anche saldare in un unico fronte unitario tutti i proletari che oggi soffrono per la mancanza di un reddito, di un lavoro, di un salario e di una pensione dignitosi. Un fronte che sappia tenere insieme i tanti e le tante che la mancanza di protezioni sociali relega in condizioni di povertà e di marginalità sociale, tutte-i coloro che la distruzione del welfare ha privato dei diritti fondamentali, alla casa, alla salute, all’istruzione.
Obiettivi: un reddito di base, un piano nazionale per la casa e un sostegno affitti, pensioni a 60 anni di età o dopo 40 di lavoro coperto da contributi. Il principio dell’universalità e della gratuità dei diritti, violato da decenni di compressione del sistema di protezione sociale e del welfare, deve tornare ad essere la stella polare di una generale sollevazione popolare.
Sosteniamo la necessità di introdurre in Italia un vero reddito di base a fronte della crescita della povertà e della precarietà. Siamo stati tra i promotori nel 2013 di una legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito, abbiamo criticato il “reddito di cittadinanza” introdotto dal M5S perché troppo limitato nella platea dei beneficiari e con troppe condizionalità. Il reddito di base costituisce non solo uno strumento di lotta contro la povertà e l’esclusione, di garanzia del diritto all’esistenza degna per tutte e tutti, ma anche di maggiore forza contrattuale e libertà rispetto al ricatto della disoccupazione e al regime di bassi salari, lavoro nero e precarietà. L’introduzione di un reddito di base non contrasta e non va contrapposta alla rivendicazione di politiche economiche per la piena occupazione, di riduzione dell’orario di lavoro, di abbassamento dell’età pensionabile, di lotta contro la precarizzazione del lavoro.
Il primo compito delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti è quello di stare dentro i conflitti per promuoverli, unificarli ed affermare al loro interno un punto di vista di classe; lavorare alla creazione di tutte le forme di autorganizzazione democratica che promuovano il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori nelle lotte e nelle iniziative di carattere politico, sindacale, solidale e mutualistico: coordinamenti, comitati di lotta, di scopo, sportelli sociali, gruppi di acquisto solidale.
L’intervento nei sindacati rappresenta uno degli aspetti centrali del lavoro delle comuniste e dei comunisti, in un quadro segnato da una pesante afasia strategica e da estesi fenomeni di burocratizzazione. Alle conseguenze della globalizzazione liberista, all’offensiva dell’avversario di classe, alle sconfitte subite e alla conseguente perdita di potere contrattuale sono corrisposte scelte strategiche delle organizzazioni sindacali maggioritarie – ivi compresa purtroppo la CGIL – che hanno progressivamente determinato una torsione rinunciataria del ruolo del sindacato e hanno favorito l’erosione e persino la cancellazione di conquiste storiche del movimento operaio italiano. La naturale propensione conflittuale è stata via via ingabbiata dentro logiche e schemi concertativi, che hanno compromesso l’autonomia e l’indipendenza del sindacato. Le stesse regole democratiche, che nel rapporto sindacato-lavoratori dovevano preservare la sovranità delle assemblee, sono state ampiamente compromesse dal prevalere di logiche verticistiche. Con il risultato che non c’è più traccia visibile della più grande soggettivazione politica del lavoro, frutto della grande stagione di lotte degli anni Settanta.
Esiste oggi una miriade di sigle sindacali, talvolta veri e propri settori di classe organizzati, i cui limiti principali sono la scarsa rappresentatività, accentuata da una inveterata tendenza alla scissione e alla frammentazione, e la conflittualità che spesso li divide.
Sappiamo bene che un sindacato non si costruisce dall’alto e dall’esterno né, tanto meno, può nascere come cinghia di trasmissione di qualsivoglia forza politica. In secondo luogo, un partito comunista non seleziona i suoi iscritti sulla base del sindacato in cui essi militano. Si parte dalla realtà data. Come diceva Lenin, i comunisti devono “lavorare assolutamente dove sono le masse”, per far crescere, con la tenacia e la pazienza necessarie, l’autonomia e l’unità della classe. Quindi, le comuniste e i comunisti operano nei sindacati e nelle realtà che meglio permettono un positivo rapporto con le lavoratrici e i lavoratori e dove ritengono siano maggiormente presenti le condizioni per sviluppare la lotta di classe. Rispetto alle passate esperienze, riteniamo non più rinviabile affrontare su basi nuove la questione sindacale. Abbiamo il compito di indicare nel rispetto della reciproca autonomia contenuti e linee di lavoro unificanti, al di là delle appartenenze sindacali, da verificare costantemente nel rapporto con le lavoratrici ed i lavoratori.
Sgombriamo il campo da equivoci sottolineando che, fatta salva l’autonomia del sindacato nella rappresentanza negoziale dei lavoratori e delle lavoratrici e nella contrattazione collettiva, su tutto il resto come partito esprimeremo il nostro punto di vista, senza reticenze o autocensure. Per dirla in breve, all’autonomia del sindacato corrisponde anche quella del partito.
Nei sindacati confederali e nella Cgil dobbiamo operare per ricostruire un sindacato di classe, democratico e conflittuale, per recuperare un patrimonio storico fondamentale, sulla base di una chiara linea di opposizione alla logica concertativa, alle tendenze alla moderazione salariale e all’illusione nefasta che alla cessione di salario e di diritti possano corrispondere maggiore occupazione e sicurezza.
Alle/ai tante/i compagne/i che militano nei sindacati di base indichiamo come prioritaria l’iniziativa per l’unità contro la frammentazione delle sigle, indispensabile anche per contrastare con qualche efficacia le regole escludenti sulla rappresentanza e la crescente tendenza, specie nei settori pubblici, a limitare il diritto di sciopero.
Va proseguito lo sforzo del partito per ricostruire le condizioni organizzative e politiche per rilanciare l’intervento sui temi e nei luoghi di lavoro, con l’obiettivo centrale di costituire gruppi di lavoro e intervento, in prospettiva circoli, a tutti i livelli in cui si abbia un sufficiente nucleo di iscritti e simpatizzanti, indipendentemente dal sindacato di appartenenza, a livello regionale, di federazione, di settore o di grandi aziende; organismi politici di riferimento per il partito con il compito di indagare in profondità la “condizione lavorativa”, produrre analisi sul nuovo mondo del lavoro, costruire le campagne e verificare le proprie proposte. In questo contesto acquista particolare importanza l’obiettivo di realizzare forme di coordinamento degli iscritti che operano dentro i sindacati al fine di delineare e assumere, nel rispetto della reciproca autonomia, contenuti e linee di lavoro unificanti, su cui costruire interlocuzioni politiche non episodiche con i movimenti sindacali.

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